Winter- nonwinter

2013-12-26_16-34-17_796

“Winter” è quella parola che stava scritta sul mio maglione preferito quando ero bambina. Winter, inverno, solo che io allora non conoscevo che poche parole d’inglese e credevo, col cuore colmo di gioia, che sul mio maglione preferito (bianco con sfumature di viola, grigio, rosa, fiocchi di neve) ci fosse scritto W Inter: “la squadra per cui tifo!”, esclamavo con entusiasmo. In realtà era la squadra per cui tifava e tifa il mio papà, mio inconsapevole primo iniziatore alle domeniche calcistiche, ma anche ai lunedì sera calcistici (Il Processo del Lunedì, la tv, noi seduti insieme a tavola a guardare gente che urlava e parlava di calcio). L’inverno, le schedine, i gol, assorbire il calcio come la vitamina D attraverso il sole, che in inverno in Sicilia non manca e che una volta dopo la partita Fabio e io siamo andati a goderci su una panchina di Barcarello, forse l’ultimo momento davvero nostro . Ma bando ai facili sentimentalismi, tanto è inverno comunque e le case storte di Amsterdam oggi forse torneranno dritte grazie a un simpatico vento freddo. Cielo grigio su (cit.), inverno grigio ma niente fiocchi di neve, notti in cui sarebbe bello passeggiare lungo i canali in bicicletta e non riuscire più a immaginare una vita diversa.

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112

Rumore di porta sbattuta con rabbia, gradini saliti di corsa da novanta chili in preda alla furia, colpi spaventosi sulla porta, voce infernale che strilla cose in una lingua incomprensibile fatta di olandese, spagnolo, inglese. Si riconosce solo un nome: Elisabet. Delirio di metà ottobre.
Poi, due novembre, ancora: rumore di porta sbattuta con rabbia, gradini saliti di corsa da novanta chili in preda alla furia, colpi spaventosi sulla porta, voce infernale che strilla cose in una lingua incomprensibile fatta di olandese, spagnolo, inglese. Stavolta i nomi sono due: Francesca, Elisabet. Poi solo Francesca. E colpi sempre più forti, e parole ancora più incomprensibili, e rabbia ancora più violenta, e imprevedibilità, e delirio, e paure confuse: Jorge è solo arrabbiato, non può fare del male. Eppure sembra che ne sia in grado: la porta di Liesbet è scheggiata, la mia ha due segni evidenti di calci dati da scarpe che hanno calpestato la polvere del suo studio. Ogni rumore nella calma della scala si trasforma in sangue gelato.
Manteniamo una calma apparente per non cadere in preda al delirio, giochiamo a carte, ridiamo ma appena sentiamo un accenno di movimento ci ammutoliamo subito e le nostre espressioni diventano serie. Abbiamo una paura fottuta.
Jorge è un disgraziato, ma io lo odio.
Faccio le scale con il fiato sospeso ogni volta che devo muovermi per fare tutto quello che faccio ogni giorno. Lo odio.
Non vedo l’ora di uscire da casa e andare al lavoro. Mi manca casa mia.

Anche stanotte dormirò sul divano con il cellulare in mano. Il 112 può intervenire solo se Jorge spacca la porta ed entra in casa, per il resto la legge olandese prescrive il terrore costante. Dice che è un paese civile.

La scoperta dell’autunno.

zuccheDovevano passare trentatre anni per verificare l’esistenza di una stagione di cui si aveva notizia solamente dagli almanacchi, dai manuali di lingue straniere e dal solito sussidiario delle elementari. A onor del vero, degli incontri fugaci avevano avuto luogo in due importanti collocazioni spazio-temporali: le passeggiate in ottobre sulle montagne del Trentino, ben dieci anni fa, e lo scorso anno le foglie rosse di Berlino,  presagio di un lungo triste addio.
La condizione di passaggio è sempre stata, paradossalmente, una certezza di identità, e incontrare l’autunno di sfuggita una conferma di libertà: non essere intrappolata in nessun ciclo vitale.
Pare, purtoppo, che arrivi un momento in cui bisogna arrendersi e mollemente godersi il girovagare tra colori caldi, più caldi del sole siciliano assassino dell’ultima estate, prendersi cura della lana, guardare i riflessi di luce sull’acqua, le anatre nuotare serene, bere birra ancora all’aperto vicino a una stufa, capire finalmente il senso estetico dei mattoni rossi, chiedersi se ci si è arresi all’essere intrappolati e nel frattempo comprare zucche da cucinare in mille modi diversi, invitare gente a tavola e finalmente riuscire a trovare quell’equilibrio, agognato per mesi, tra bisogno di socialità e solitudine più o meno forzata.
Amsterdam in ottobre mostra uno splendore e una pacatezza tali che sembra sorrida.

Andree

durgerdamNon è facile conoscere gente ad Amsterdam, ancora meno facile se l’unica coinquilina in dotazione non ha più trent’anni da tempo e conseguente vita sociale da trentenne, eppure da casa Van Steenis ogni tanto transita un personaggio curioso di cui vale la pena raccontare: il suo nome è Andree, lui e Liesbet si sono conosciuti negli anni Settanta e me lo hanno detto scambiandosi uno sguardo di complicità e ridacchiando, non è difficile immaginare perché. Andree è magrissimo, ha lo sguardo allucinato e il naso aquilino e parla in modo strano, forse perché gli mancano dei denti. Quando viene a trovare Liesbet porta sempre una torta o cucina qualcosa di tipicamente olandese o tipicamente indonesiano, poi si mettono a chiacchierare e in soggiorno si sente solo odore di erba.  Con me parla un misto di inglese, olandese, portoghese e spagnolo e non so come riusciamo a capirci. Ha vissuto e commerciato tanto in Portogallo e poi in Africa, dove ancora importa grandi macchinari per stampa o cose del genere. Andree ha un container dove accumula merce che non gli serve ma che è convinto un giorno venderà, di sicuro in Africa, forse in Ghana (che gli piace tanto), non in Nigeria dove una volta se l’è vista brutta. Forse, non ho capito bene, là dentro ha ancora la vecchia moto con cui da giovane andava in vacanza in Italia. Una calda sera di fine luglio è venuto per prepararci una cena indonesiana a base di bami con maialetto e un uovo fritto, e io gli ho regalato dell’erba che non avrei fumato. Ha invitato Liesbet e me a fare un giro sulla sua barca a vela fino a Volendam e Marken per mostrarmi i villaggi dove i pescatori vivono ancora come cinquant’anni fa e vestono in modo tradizionale, e così il giorno dopo ci siamo fatte trovare in costume e pantaloncini pronte a salpare verso nord. Anche la compagna di Andree ha deciso di unirsi a noi. Mi dispiace non ricordare il suo nome. La compagna di Andree è stata molto malata e sarebbe morta se uno specialista, l’unico in tutta Europa a essere specializzato proprio su quel tumore là, non fosse intervenuto in tempo. Porta addosso i segni di una grossa sofferenza e non può fare molti sforzi, è molto più giovane di lui ma la malattia l’ha resa nell’aspetto più vicina al compagno. La crociera è fallita miseramente: Andree non ha solo dimenticato le chiavi del motore, senza il quale è impossibile uscire dal porto di Durgerdam, Andree non ha proprio più idea di dove siano e quindi abbiamo preso il tè e mangiato i resti della torta della sera prima, seduti in barca, e siamo tornati a casa. Andree è così.

 

Amsterdam, atto II.

2013-09-09_15-55-42_261Tornare in Olanda a settembre consiste nel ricordarsi che esiste la pioggia e che può essere infinita, che settembre non è più il mese del mare senza folla ma è quello in cui ci si comincia a coprire, talvolta con sciarpe di lana, che torna in grande stile la lotta contro il piumino e il suo sacco maledetto, e che l’autunno non inizia a novembre e non dura un mese (quest’ultimo più che un ricordo è un’informazione fornita dai sussidiari delle elementari, stampati e distribuiti dalle case editrici del nord Italia). Per tutte queste ragioni, tornare in Olanda a settembre consiste anche nel provare una strana sensazione, un misto di disinvoltura e smarrimento tra strade conosciute che, però, percorse in tutta la loro lunghezza, a giro riportano sempre al punto di partenza. Manca invece quel senso di vuoto e frustrazione che, puntualmente, a ogni nuovo settembre fa corrispondere nuovi buoni propositi (o buoni propositi riciclati dall’anno precedente e mai attuati). Qui la frustrazione ha il volto della praticità, e la mia molle indole mediterranea mi aiuta a non sentirne la pressione (almeno fino ad ora), per fortuna. Tornare in Olanda a settembre, infine, consiste nel dichiarare terminata la fase dello stupore, mettersi a dieta ancor prima di cominciare a ingrassare, congedare un anno fin troppo ricco di sorprese e accogliere pacificamente una nuova, sana e piatta normalità.